Nella situazione in cui il lavoratore, dopo avere richiesto l’accertamento giudiziale della invalidita’ del contratto in violazione di norme imperative ed ottenuto l’ordine giudiziale di ripristino del rapporto, offra al datore di lavoro la sua prestazione, senza essere riammesso in servizio, deve evitarsi che egli subisca le ulteriori conseguenze sfavorevoli derivanti dalla condotta omissiva del datore di lavoro rispetto alla esecuzione dell’ordine giudiziale: il rifiuto della prestazione lavorativa, offerta dal lavoratore, impedisce gli effetti giuridici che derivano dalla continuazione del rapporto dichiarato dal giudice nonche’ la stessa effettivita’ della pronuncia giudiziale. In tale ipotesi il datore di lavoro dovra’ sopportare il peso economico delle retribuzioni – pur senza ricevere la prestazione lavorativa corrispettiva- a decorrere dalla messa in mora.

 

Corte di Cassazione, Sezione 6 L civile Ordinanza 10 settembre 2018, n. 21951

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere

Dott. GHINOY Paola – Consigliere

Dott. SPENA Francesca rel. Consiglie –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5769/2017 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dagli avvocati (OMISSIS), e (OMISSIS);

– ricorrenti –

contro

FALLIMENTO (OMISSIS);

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di LECCE, depositato il 06/12/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non partecipata del 07/06/2018 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA.

RILEVATO

che con decreto del 6 dicembre 2016 – 17 gennaio 2017 numero 535 il Tribunale di Lecce respingeva la opposizione proposta da (OMISSIS) avverso lo stato passivo del fallimento della societa’ (OMISSIS) S.p.A. per la insinuazione del proprio credito per TFR, nell’importo di Euro 13.039,66, in relazione al rapporto di lavoro subordinato intercorso con la societa’ fallita dal 21 luglio 2004 al 15.1.2013;

che a fondamento della decisione il Tribunale osservava che con precedente sentenza del medesimo ufficio (nr. 11300/2010) era stata accertata la nullita’ del termine apposto al contratto di lavoro con la societa’ e la natura a tempo indeterminato del rapporto di lavoro. I diritti derivanti dalla sentenza erano di natura risarcitoria e cio’ anche nel regime anteriore alla disposizione della L. 4 novembre 2010, n. 183, articolo 32, comma 5, non ancora vigente alla data della pronuncia. Era pertanto esclusa la maturazione del TFR per i periodi non lavorati; non vi era la prova dell’asserito ripristino del rapporto di lavoro in esito alla sentenza dichiarativa della nullita’ del termine;

che avverso il decreto ha proposto ricorso (OMISSIS), articolato in due motivi, cui il curatore del fallimento della societa’ (OMISSIS) S.p.A. non ha opposto difese;

che la proposta del relatore e’ stata comunicata alla parte, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza, ai sensi dell’articolo 380 bis c.p.c..

CONSIDERATO

che la parte ricorrente ha dedotto:

– con il primo motivo – ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione dell’articolo 2120 c.c., in relazione all’articolo 2909 c.c..

Ha esposto che il Tribunale di Lecce con la precedente sentenza del 15 ottobre 2010 numero 11300, aveva dichiarato la natura a tempo indeterminato del rapporto di lavoro instaurato tra le parti in data 21 luglio 2004 e condannato il datore di lavoro al ripristino della sua funzionalita’ ed al pagamento delle retribuzioni maturate dall’8 agosto 2008. La statuizione del decreto impugnato, secondo cui le somme dovutegli sulla base della sentenza avevano natura risarcitoria era, dunque, in contrasto con la sentenza, che le aveva qualificate di natura retributiva.

Vi era inoltre contrasto con la sostanza della precedente pronuncia che, dichiarando la sussistenza tra le parti di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, determinava il diritto del lavoratore alle retribuzioni arretrate.

In ogni caso, della L. n. 183 del 2010, stesso articolo 32 – richiamato nel decreto seppur non temporalmente applicabile – aveva semplicemente forfettizzato il diritto alle retribuzioni arretrate, fermo restando il diritto al TFR.

Dalla sentenza scaturivano gli obblighi del datore di lavoro al pagamento delle retribuzioni e del dipendente alla prestazione lavorativa, quest’ultimo non adempiuto per responsabilita’ dello stesso datore di lavoro; da cio’ il diritto del lavoratore ad una retribuzione “virtuale”, sulla base della quale calcolare il TFR.

– con il secondo motivo – ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio ed oggetto di discussione delle parti, consistente nel fatto che la sentenza aveva qualificato le somme dovute come “retribuzioni”;

che ritiene il Collegio si debba parzialmente accogliere il ricorso, nei sensi di cui segue;

che, invero, i due motivi, che possono essere esaminati congiuntamente in quanto connessi, sono infondati nella parte in cui assumono la violazione della precedente sentenza e l’omesso esame dei suoi contenuti.

Per quanto esposto nello stesso ricorso, la precedente sentenza dell’anno 2010, nel dichiarare la natura a tempo indeterminato del rapporto di lavoro e nel condannare la societa’ (OMISSIS) spa al suo ripristino, la condannava, altresi’, al pagamento delle retribuzioni maturate dall’8 agosto 2008″. La sentenza conteneva all’evidenza una condanna al risarcimento del danno e non al pagamento delle retribuzioni: tanto risulta dalla decorrenza dell’importo da corrispondere, fissata dall’8 agosto 2008 ovvero senza prevedere il pagamento delle retribuzioni per i cd. intervalli non lavorati (ma, evidentemente, facendo maturare il diritto dalla data della costituzione in mora del datore di lavoro).

Non e’ rilevante in senso contrario il riferimento del dispositivo della sentenza al pagamento delle retribuzioni, che costituiscono il parametro di quantificazione del danno da lucro cessante.

Tanto in conformita’ al costante orientamento espresso da questo giudice di legittimita’ in riferimento alla disciplina anteriore alle disposizioni della L. n. 183 del 2010, articolo 32, comma 5, secondo cui, nel caso di trasformazione in un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato di piu’ contratti a termine succedutisi fra le stesse parti, dall’accertata illegittimita’ dell’apposizione del termine non conseguiva il diritto del lavoratore alla retribuzione per l’intero periodo, compresi gli “intervalli non lavorati” fra l’uno e l’altro rapporto, mancando una deroga al principio generale di effettivita’ e corrispettivita’ delle prestazioni; il lavoratore poteva ottenere il risarcimento del danno subito a causa dell’impossibilita’ della prestazione, derivante dall’ingiustificato rifiuto del datore di lavoro di riceverla, a condizione che il datore stesso fosse stato posto in una condizione di mora accipiendi (per tutte: Cass., sez. un., 8 ottobre 2002 n. 14381).

Il ricorso va dunque respinto anche nella parte in cui assume il contrasto del decreto impugnato con la sostanza della sentenza, per la non – condivisibilita’ dell’assunto difensivo secondo cui dall’accertamento della natura a tempo indeterminato del rapporto di lavoro derivava il diritto del lavoratore al pagamento delle retribuzioni anche in riferimento ai periodi non lavorati.

Deve conclusivamente affermarsi la correttezza del decreto impugnato, seppure, per quanto si dira’ poi, relativamente al solo periodo del rapporto di lavoro anteriore alla sentenza del Tribunale di Lecce nr. 11300/2010; l’accertamento della natura a tempo indeterminato del rapporto di lavoro non comportava, cioe’, la maturazione di importi per TFR ulteriori rispetto a quanto liquidato alla cessazione dei rapporti a termine.

Il TFR, infatti, non solo ha natura retributiva ma e’ altresi’ commisurato nell’ammontare al quantum maturato, anno per anno, a titolo di retribuzione.

Deve tuttavia darsi conto dei riflessi derivanti su questo pacifico orientamento dal piu’ recente arresto di Cass. Civ. Sezioni Unite 7 febbraio 2018 nr. 2990,che, seppure relativo ad una fattispecie di interposizione fittizia di manodopera, ha espresso un principio di diritto dichiaratamente attinente al “piu’ generale fenomeno dell’incoercibilita’ del comportamento e della cooperazione datoriale (nemo ad factum praecise cogi potest), il quale e’ strettamente correlato al principio della necessaria effettivita’ della tutela processuale e, dunque, della piena attuazione dei diritti del lavoratore, principi opposti che impongono l’individuazione di un punto di equilibrio”.

Si e’ ivi affermato che una interpretazione costituzionalmente conforme (sia della specifica disciplina di cui al Decreto Legislativo n. 276 del 2003, articolo 29 sia) della normativa generale del codice civile in tema di contratti a prestazioni corrispettive (articoli 1453 c.c. e segg.) induce al superamento della regola sinallagmatica della corrispettivita’ – (intesa come riconoscimento al lavoratore, che chiede l’adempimento, del solo risarcimento del danno in caso di mancata prestazione lavorativa) – nei casi in cui il datore di lavoro, senza giustificato motivo, nonostante la sentenza che accerta il vincolo giuridico e l’ordine giudiziale di ripristino del rapporto di lavoro, non provveda alla riammissione in servizio del lavoratore a fronte dell’offerta della sua prestazione.

Nella situazione in cui il lavoratore, dopo avere richiesto l’accertamento giudiziale della invalidita’ del contratto in violazione di norme imperative ed ottenuto l’ordine giudiziale di ripristino del rapporto, offra al datore di lavoro la sua prestazione, senza essere riammesso in servizio, deve evitarsi che egli subisca le ulteriori conseguenze sfavorevoli derivanti dalla condotta omissiva del datore di lavoro rispetto alla esecuzione dell’ordine giudiziale: il rifiuto della prestazione lavorativa, offerta dal lavoratore, impedisce gli effetti giuridici che derivano dalla continuazione del rapporto dichiarato dal giudice nonche’ la stessa effettivita’ della pronuncia giudiziale.

In tale ipotesi il datore di lavoro dovra’ sopportare il peso economico delle retribuzioni – pur senza ricevere la prestazione lavorativa corrispettiva- a decorrere dalla messa in mora.

Dal principio di diritto sopra esposto deriva, in particolare, con riguardo alla fattispecie del contratto a termine, che a seguito dell’accertamento della nullita’ del termine e dell’ordine giudiziale di ripristino del rapporto di lavoro, il lavoratore ha diritto alle retribuzioni, dalla data della costituzione in mora, in caso di mancata ricostituzione del rapporto di lavoro da parte del datore di lavoro senza giustificato motivo.

Il diritto alle retribuzioni comporta, altresi’, la maturazione del TFR, in relazione a quanto dovuto per retribuzioni anno per anno.

Tale principio e’ applicabile alla fattispecie di causa, posto che la sentenza del Tribunale di Lecce del 15.10.2010 nr. 11300 accertava la natura a tempo indeterminato del rapporto di lavoro e condannava la societa’ (OMISSIS) spa alla sua ricostituzione.

Il decreto impugnato deve essere pertanto cassato e gli atti rinviati al Tribunale di Lecce in diversa composizione, perche’ provveda ad applicare il principio di diritto sopra indicato, previa verifica, in punto di fatto, da un lato della definitivita’ della sentenza del Tribunale di Lecce nr. 11300/2010 – (di cui non si deduce il passaggio in giudicato, pur assumendosi la violazione dell’articolo 2909 c.c.) – dall’altro della intervenuta offerta della prestazione lavorativa da parte dello (OMISSIS) in epoca successiva all’ordine giudiziale di ripristino della funzionalita’ del rapporto di lavoro;

che il giudice del rinvio provvedera’ altresi’ alla disciplina delle spese del presente grado.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso nei limiti di cui in motivazione; cassa il decreto impugnato e rinvia, anche per le spese, al Tribunale di Lecce in diversa composizione.

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Avv. Umberto Davide

Fare un ottimo lavoro: questo è il mio lavoro! Su tutte, è indubbiamente, la frase, che meglio mi rappresenta. Esercitare la professione di Avvocato, costituisce per me, al tempo stesso, motivo di orgoglio, nonchè costante occasione di crescita personale, in quanto stimola costantemente le mie capacità intellettuali. Essere efficiente, concreto e soprattutto pratico, nell’affrontare le sfide professionali, offrendo e garantendo, al tempo stesso, a tutti coloro che assisto, una soluzione adatta e soprattutto sostenibile, alle questioni che mi presentano e mi affidano, questo è il mio impegno.